In viaggio verso MeTe

Il progetto MeTe, nato nel 2013 grazie ad un’intuizione del Laboratorio Minimo Teatro, ha basato il suo essere su un nobile quanto arduo presupposto: utilizzare l’arte come mezzo di crescita sociale, come grimaldello per scardinare le distanze tra ragazzi normodotati e diversamente abili.

Prima solo con il teatro, poi con il canto e la danza, dopo un inizio in naftalina oggi MeTe è una realtà che coinvolge centinaia di ragazzi in un’esperienza unica e senza barriere, con l’associazione La Casa di Asterione che ne cura ogni aspetto. Non solo nei corsi che si tengono al PalaFolli ma anche tra i banchi delle scuole che hanno inserito l’iniziativa all’interno della loro offerta formativa.

Quello che segue è un piccolo diario di bordo cerca di restituire parte delle atmosfere vissute nel “dietro le quinte” di MeTe. Pensato e scritto come un viaggio durato un’intera stagione, dove il viaggio va inteso anche come metafora interiore, si sviluppa in sei tappe che stanno a rappresentare i sei corsi attivati durante l’anno 2016/2017, di cui di volta in volta ho seguito lo svolgimento durante le ore di lezione: canto, danza, teatro, propedeutica (che permette ai nuovi arrivati di provare tutte e tre le discipline prima di effettuare la scelta), MeTe a scuola e, infine, quanto sta accadendo con la neonata compagnia di teatro, attualmente alle prese con le prove per la realizzazione del nuovo spettacolo che vedrà la luce nel settembre 2017.

Il tono è volutamente sfumato, surreale, a tratti quasi magico e procede per suggestioni, di racconto in racconto. Tutto è nato dall’osservazione e dall’emozione che ha suscitato in me vedere nascere ogni volta una scintilla diversa.

Diversa, ma sempre vivida.

Sperando che l’emozione sia anche vostra, vi auguro una buona lettura.

 

Luca Capponi

 

 

 Tappa 1 – CANTO | “La partenza” 

Al gesto della mano si parte, ormai è cosa nota. Nessun indugio, nessun ripensamento. Solo sguardi d’intesa.

La voce è una. E si libra.

La voce è una, ma è quella di tutti.

Si fa sentire, eppure è capace di diventare tenue, soffice, di bisbigliare. Di accarezzarti anche.

E non si fa pregare due volte se, al contrario, deve farsi sentire, urlare addirittura, per farti capire che sta lì, quella voce cocciuta, testarda, tenera.

Il gesto della mano prosegue il suo volteggiare. Gli sguardi pure, accompagnati da un leggero ondulare della testa.

Tenere il ritmo a volte è difficile.

Tenere il ritmo della vita può esserlo ancor di più.

Farlo come un’orchestra però ci rende più forti. Ognuno fa il suo, tutti facciamo il nostro.

Così, seguire la scia del tempo diventa un’arte. E sbagliare non pesa più di tanto, perché si sbaglia all’unisono. E’ un po’ come proteggersi a vicenda, coprirsi le spalle, scambiarsi affetto.

La mano ha quasi terminato il suo viaggio aereo. C’è uno spartito da seguire, e lo spartito non mente mai.

E’ il momento di chiudere la musica; la filastrocca finisce, le voci si tacciono, il gruppo scandisce la fine come l’atleta sul traguardo, stanco, forse, ma già pronto a ripartire tenace, orgoglioso del suo essere strumento, dell’eterno diventare suono, melodia, nota sul pentagramma dei giorni, pronto a stupirsi ancora davanti a una canzone nuova.

Da cantare insieme.

 

 

Tappa 2 – DANZA |  “La ricerca”

A volte devi semplicemente trovare il tuo posto.

Anche se non sai qual è.

A volte devi semplicemente fare in modo che quel posto abbia un senso.

Soprattutto se non sai qual è.

Allora respiri forte, prepari corpo e mente, studi il movimento, cerchi la quadratura: tutto è importante affinché il passo sia sicuro e la meta, di conseguenza, diventi luogo semplice da raggiungere e non oscuro e tortuoso peregrinare.

Puntare in alto o andare giù, verso le assi di legno del palco, cercando di restare in equilibrio, sempre, coi muscoli del cuore e della disciplina a dettare i tempi.

Non conta quanto veloce ti muovi, quanta forza tu abbia, quanto tu riesca a volteggiare o a sollevarti: qui serve memoria, serve indagare lo spazio, persino andare indietro o girare su se stessi, seguire il flusso, ma soprattutto serve conoscere la strada.

Perché a volte, se si conosce la via, si può camminare anche restando fermi, si può volare senza ali o sognare ad occhi aperti, ci si può tenere per mano, si può diventare musica senza esserlo, plasmando un groviglio che non è mai lo stesso, come le onde del mare.

A volte devi trovare il tuo posto, dargli un senso e condividerlo con chi ti sta affianco; qualcuno la chiama libertà, qualcun altro lo chiama crescere, altri ancora dicono sia la base della società: per noi, è come muoversi sulle punte durante la coreografia della vita.

 

 

Tappa 3PROPEDEUTICA | “La scoperta”

La scoperta è una componente fondamentale del viaggio. Forse la più importante.

Un luogo, una persona, un mare o una montagna, uno sguardo, una strada nascosta, un fiume che scorre nell’anima.

Con estrema discrezione il vero viaggiatore sa che, nella migliore delle ipotesi, troverà un mondo nuovo da avvicinare, da esplorare, da amare.

Muovendosi con ponderata calma oppure con sfuggente velocità, con la voglia di scorgere e scorgersi, di sfiorare e sfiorarsi, nuotando nell’aria, perso nella folla, riparato da un albero, alle prese con una sfiancante salita o con una discesa che vola su ardite ali.

Tutto, nel viaggio, diventa apoteosi di curiosità, mezzo di trasporto della fantasia, filo di un contatto che di elettrico ha il cuore, scia di un’emozione da seguire, che sia rabbia, paura, tristezza o felicità.

La scoperta è ciò che lascia il viaggiatore a bocca aperta, che lo fa restare in silenzio, titubante quasi, o lo fa urlare di emozione perché manca poco, ci sono ancora passi da fare, c’è l’ultimo scoglio da superare che la meta si vede sì, ma è ancora un po’ lontana, serve la spinta decisiva, il sano conforto di un compagno di viaggio, un’altra sorsata d’acqua.

E allora tutto prende a diventare più nitido.

Un altro traguardo si staglia.

Ma non interrompe la voglia di scoprire.

Il viaggiatore lo sa.

Giusto il tempo di arrivare e poi via, di nuovo, a cercare quella parte di sé che non sa ancora di avere.

 

 

Tappa 4 – TEATRO | “L’ostacolo”

Sei in equilibrio su un filo immobile e teso.

Sotto scorre il vuoto, impetuoso.

Non sai come muoverti, il fiato rotto dal senso di vertigine.

Sai solo che devi attraversare.

Puoi chiudere gli occhi, spalancare le braccia, disperarti o puntare dritto: qualunque cosa pur di arrivare dall’altra parte, di rompere la paura, di abbandonare l’insicurezza.

Si chiama momento di passaggio, guado, traversata, superamento di un ostacolo; prima o poi arriva e, quasi sempre, si è da soli.

Non puoi farci nulla, non serve disperarsi.

L’amico è già dall’altra parte e si tende per aiutarti, oppure sta dietro a dare incitamento; il resto è in mano tua, al tuo muoverti in bilico, al pensiero che tanti prima di te ce l’hanno fatta, alla tua determinazione, alla certezza che tanti altri ancora ce la faranno.

Un passo dopo l’altro, anche piccolo, purché produca avanzamento; devi calarti nella parte se ce la vuoi fare, devi essere te stesso più di quanto non lo sei mai stato, devi diventare scalatore, specchio, profumo, acrobata, fiore, attore di uno spazio libero, quello davanti a te.

Devi ispezionare il terreno, studiare l’appoggio, posizionarti al meglio, cambiare marcia al momento giusto. Devi riconoscerti al contatto, studiare il copione dei movimenti, metterci enfasi, ignorare il mondo inconsapevole, andare avanti fino a che lo spaesamento sparisca del tutto e, finalmente, il fiato torni regolare, ad illuminare il nitido cammino di bellezza.

E dopo la paura iniziale, saprai con certezza che il filo teso è un ponte di riscoperta, che il ponte è un punto di arrivo, l’arrivo è un luogo di ripartenza e la ripartenza è consapevolezza che, prima dell’ultimo passo, diventerai magnifica farfalla in volo libero.

 

 

 

Tappa 5 – SCUOLA | “Compagni di viaggio”

«Ti racconto di me mentre facciamo un pezzo di strada insieme», disse il ragazzo fermo all’incrocio.

«Non mi interessa, quando viaggio voglio stare in solitudine» rispose l’altro mentre aggiustava lo zaino, scrutando una cartina rappezzata.

«Io conosco la strada, conosco le scorciatoie, conosco buoni posti per dormire…»

«Grazie ma non fa niente, a me piace andare all’avventura, sbatterci il muso ma farlo da solo, imparando dagli errori, scontandoli sulla mia pelle se occorre…».

«Non necessariamente serve sbagliare per imparare qualcosa. A volte basta ascoltare, affidarsi».

I due si osservarono per un po’, senza parlare. Uno non capiva cosa volesse l’altro, ne diffidava, dubitava di quella gentilezza, di quell’altruismo a cui non era abituato; all’altro sfuggiva il motivo di tanta ritrosia, di tanto sospetto, di tanta paura per qualcosa che in fondo pareva più che naturale.

Il sospettoso ripose goffamente la cartina nella tasca. Guardò più volte a destra e poi a sinistra. Non c’era nessuno: «Ok, andiamo».

Fu in quel momento esatto che i due, senza saperlo, divennero compagni di viaggio. Che fosse per quel breve tratto di strada o per chilometri di sentiero, indipendentemente dalle latitudini e dal fatto o meno di andare da qualche parte, sarebbero rimasti compagni di viaggio per sempre. Come in una macchina del tempo, come davanti a un foglio bianco, come raccontarsi, come camminare nelle scarpe dell’altro, come tornare bambini in un mondo senza telefoni, dove ci si racconta, ci si ascolta per davvero, davanti alla luce fioca di una candela o sotto il sole abbagliante d’agosto, per un tempo che scorre a velocità diverse ma spira come un vento morbido.

“Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai”, diceva un famoso cantante.  Anche quando, inevitabilmente, la strade si dividono.

«Grazie di tutto. E’ stato come rimanere me stesso e, al contempo, sentirmi diverso, arricchito». Il sospettoso tirò di nuovo fuori la sua cartina. Più convinto ma anche un po’ dispiaciuto.

«Non dovremmo smettere mai», rispose l’altro in maniera criptica, allontanandosi lentamente.

Il sospettoso lo osservò stupito. Poi, quasi urlando: «Di fare cosa?».

L’altro alzò la mano. Era già distante. Ma si fece sentire lo stesso: «Di scambiarci i sogni».

 

 

Tappa 6 – COMPAGNIA DI TEATRO | “L’arrivo”   

La vita, la mia famiglia, una canzone, scrivere poesie, il lavoro, saper donare affetto, sorridere, l’amore, stare in silenzio, il rap, i dolci, la libertà, la conoscenza, la scuola, chi mi vuole bene, il calcio, gli amici, il cinema, le passeggiate, le carezze, poter aiutare qualcuno, la coca cola, un libro, il mare, ascoltare, le stelle di notte, stare insieme, abbracciarsi, gli animali, un fiore, il mio diario segreto, la mia casa, tenersi la mano, il mio compleanno, prendersi in giro, urlare, arrabbiarsi, poter parlare, conoscersi, cucinare, tendere la mano, correre, respirare, dire “ti voglio bene”, applaudire, mangiare, il Natale, non lasciarsi mai.

Costeggia finalmente il porto, facendosi sentire a distanza.

La nave è affollata passeggeri.

Ogni passeggero porta con sé il suo bagaglio, grande o piccolo che sia.

Ogni bagaglio, a prescindere dalla dimensione, è pieno di ricordi, di desideri, di speranze, di battiti che vengono dal cuore.

E ogni cuore è ricolmo di Me e di Te, al termine di un viaggio.

Che non finisce mai.